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Nel suo testamento, Verdi prescrisse che i quadri elencati nella lettera speciale all’erede Maria
Carrara fossero lasciati alla Casa di Riposo e con essi “tutto quanto la stessa mia erede crederà
opportuno di lasciare per essere conservato in una sala del medesimo Istituto”. Dipinti,
sculture e arredi, fra i tanti oggetti lasciati alla Casa di Riposo ed ora disposti nelle due sale
restaurate e riaperte al pubblico nel 1999, facevano parte delle dimore di Verdi a Genova e
Sant’Agata: spesso è difficile identificare con sicurezza la loro collocazione, intuibile
solo dalle scarne descrizioni dei pochi ospiti ammessi a frequentare il maestro.
A Genova, in palazzo Doria, Verdi occupò l’appartamento al piano nobile dal 1877 fino a pochi mesi
prima della morte: l’Odalisca di Morelli faceva bella mostra di sè nella così detta Sala Turca,
vera meraviglia per tutti i visitatori. La bella copia della Venere di Urbino di Tiziano, nel 1863
era ‘...già appesa in una stanza colle pareti ancora rozze e senza mobili....’ della Villa di
Sant’Agata, ‘Un presente da Re’ scriveva confuso Verdi al ministro plenipotenziario del Governo
inglese a Torino, che gli aveva spedita in dono la pregevole copia seicentesca.
Nella villa di Sant’Agata, Verdi aveva personalmente disposto la maggior parte delle opere
acquistate a Napoli a partire dal 1858, in occasione del fallito tentativo di rappresentare per la
prima volta Un Ballo in maschera. Durante quel soggiorno Vincenzo Torelli organizzò l’incontro con
Domenico Morelli, autore del quadro Gli Ossessi, arrivato a Sant’Agata solo nel 1876.
“Il quadro... è bellissimo, stupendo, terribile, sublime, come solo tu sai fare...” commenterà Verdi
nel ringraziare l’amico. Morelli eseguì un ritratto del maestro incorniciato da una corona d’alloro
dipinta da Palizzi: occasione davvero unica, se si considera la poca propensione del maestro a
mettersi in posa. Palizzi eseguì anche un “ritratto postumo” di Lulù, il cagnolino dei coniugi Verdi,
che fa ancora mostra di sè nella Villa di Sant’Agata. L’amicizia tra Palizzi e Verdi è documentata
da due dipinti dell’artista, con le formule pittoriche tipiche: dipinti di animali e la fortunata
sintesi fra pittura di paesaggio ed animali in un elegiaco mondo di contadini che fu particolarmente
cara alla borghesia dalla seconda metà dell’Ottocento.
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