Intervista di Dario Fonti
 
D: Quali emozioni le ha dato la musica?
E: Nell'insegnare musica ho provato qualcosa di indefinibile, ho provato un piacere immenso quando gli allievi, non molti in verità, mi hanno assecondato, seguito. Non facevo in tempo a spiegare una cosa che capivano immediatamente, e questo mi dava una soddisfazione incredibile, difficile da esprimere. Ed anche quando ho insegnato canto nelle scuole, specialmente nelle scuole elementari, ho provato sensazioni indescrivibili, che hanno come completato la mia vita.
D: Come è cambiata la musica? È cambiato anche il rapporto con la musica o questo è rimasto lo stesso? Crede che la tecnologia aiuti la musica?
E: Guardi io le devo dire una cosa, siccome sono sorda al 99% - e l'apparecchio acustico per quanto sia buono ha dei limiti - per cui... non distinguo più una sinfonia di Beethoven da un quartetto di Mozart e questo mi dà sofferenza. Mi piacerebbe a volte ascoltare dei concerti perché li trovo interessanti, mi metto lì ma comincio a sentire questo rumore... è questo il motivo per cui ad ottanta anni ho abbassato il coperchio del pianoforte e non ho più suonato, perché quello che ascoltavo non corrispondeva a quello che mi aspettavo.
Qui a Casa Verdi, una domenica sì e una no c'è un concerto, io vado più che altro per trovarmi tra la gente, per vedere qualcuno.
D: Come insegnante, secondo lei, chi è bravo lo sa da solo o ha bisogno che glielo dicano gli altri?
E: Dipende, se uno ha giudizio se lo dice da solo.
D: Quindi la maggior parte delle persone, ha bisogno di qualcuno che glielo dica?
E: Ma dipende, c'è chi lo dice per complimento. Ma a volte c'è bisogno di qualcuno che lo affermi con la più schietta verità. Se è un buon insegnante, lo capisce non appena inizia ad avviare l'allievo.