|
|
|
in collaborazione con la Società del Quartetto |
|
|
www.villaverdi.org
Villa Verdi, S. Agata (Busseto)
www.studiverdiani.it
Istituto Nazionale di Studi Verdiani
www.socialinfo.it
Sito dedicato alle case di riposo
www.aslico.org
Associazione Lirica e Concertistica Italiana
|
PAOLO VARETTI flautista D: Perché ha deciso di dedicarsi alla musica? R: Può sembrare strano, ma è accaduto per caso. Quando avevo circa 8 anni, i miei genitori, entrambi coristi, terminarono il loro impegno con il Teatro Colon di Buenos Aires e tornammo in Italia a Ravenna, dove già vivevano mio fratello che studiava violino e mia sorella che suonava il pianoforte. L’insegnante di flauto della scuola frequentata dai miei fratelli propose casualmente a mio padre di mandarmi a lezione da lei e fu così che iniziai a studiare musica anche se, all’epoca, mi piaceva molto di più giocare a pallone! D: Ha suonato per moltissimi anni in diverse orchestre prestigiose, ma quale esperienza Le ha lasciato un ricordo particolarmente intenso? R: È stata indimenticabile, per diversi motivi, la stagione del 1949 al Teatro Regio di Parma perché sono accadute vicende molto strane sia personali che professionali. Quell’anno ho avuto modo di suonare con direttori d’orchestra straordinari quali Franco Alfano, Francesco Molinari Pradelli, Alberto Erede e sono stato testimone di momenti emozionanti come l’ultima recita di Tito Schipa in “Elisir d’amore”. Anche il percorso che mi ha portato a quella stagione è stato molto particolare e lo voglio ricordare. Dopo la guerra, parallelamente allo studio musicale, lavoravo a Ravenna al distretto militare e un giorno tornando a casa vidi il bando per un concorso musicale a Firenze. Era indetto dall’A.I.D.E.M., Associazione Italiana per la Diffusione e l’Educazione Musicale. Andai a Firenze e mi trovai in mezzo a musicisti molto più anziani ed esperti di me tanto che pensai di ritirarmi. Invece mi convinsero a tentare lo stesso la prova durante la quale la commissione mi sottopose uno spartito mai visto, né sentito: era tratto dal “Prélude à l'après-midi d'un faune” di Claude Debussy. Lo suonai e vi trovai anche una nota errata con grande stupore della commissione. Qualche mese dopo, ricevetti una lettera nella quale si diceva che avevo vinto il concorso come primo flauto. Accettai l’incarico e decisi di trasferirmi a Firenze, poi fui chiamato con lo stesso incarico al Comunale di Modena per la prima stagione lirica ufficiale ed in seguito, nel 1949 appunto, al Teatro Regio di Parma. Seguirono ingaggi, sempre come primo flauto, in molte orchestre prestigiose e per ben 25 anni rimase al Teatro Comunale di Bologna. D: È vero che una volta, proprio a Bologna, ebbe una discussione con Igor Stravinskij? R: Certamente. Doveva dirigere una delle due parti di un concerto e durante una prova disse che Vivaldi aveva composto 300 concerti tutti uguali! Non sono certo stato zitto, nonostante i miei colleghi cercassero di trattenermi. D: Lei studia ancora tutti i giorni. Che cosa rappresenta oggi per Lei questo appuntamento quotidiano con la musica? R: È un’appendice della mia attività che ho sempre amato tantissimo e durante la quale ho cercato di riprodurre e di esprimere il “bel suono”. D: La musica di Verdi che cosa Le ha trasmesso rispetto a quella di altri compositori? R: La sincerità di un essere umano. Molti compositori componevano per piacere al pubblico o alla critica, per calcolo, per studio e nella loro musica a volte si sente questa mancanza di genuinità. Verdi, invece, non si domandava come comporre e la sua musica è sempre autentica, sincera, viene dal cuore e il pubblico si accorge di questa assoluta onestà. « 3 |