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News
Giovedì 7 giugno, ore 17
presentazione della guida
Martedì 22 maggio, ore 15.30
Intervista col Maestro - IV ciclo
sabato 12 maggio, ore 16.00
Martedì 8 maggio, ore 18
in collaborazione con la Società del Quartetto
Sabato 10 marzo, ore 16
Link

www.villaverdi.org
Villa Verdi, S. Agata (Busseto)

www.studiverdiani.it
Istituto Nazionale di Studi Verdiani

www.socialinfo.it
Sito dedicato alle case di riposo

www.aslico.org
Associazione Lirica e Concertistica Italiana

 

PAOLO VARETTI flautista

D: Perché ha deciso di dedicarsi alla musica?

R: Può sembrare strano, ma è accaduto per caso. Quando avevo circa 8 anni, i miei genitori, entrambi coristi, terminarono il loro impegno con il Teatro Colon di Buenos Aires e tornammo in Italia a Ravenna, dove già vivevano mio fratello che studiava violino e mia sorella che suonava il pianoforte. L’insegnante di flauto della scuola frequentata dai miei fratelli propose casualmente a mio padre di mandarmi a lezione da lei e fu così che iniziai a studiare musica anche se, all’epoca, mi piaceva molto di più giocare a pallone!
Ricordo ancora il primo saggio: una “gavotta” di Lulli. Trascorsi anni dopo, a Bologna, uno dei periodi più importanti per la mia formazione musicale.
Ero primo flauto al Teatro Comunale e mi proposero di suonare un concerto dedicato a Bach con il famosissimo organista Luigi Ferdinando Tagliavini. Lo incontrai spiegandogli che non avevo mai suonato Bach e che non mi sentivo pronto per accompagnare un artista del suo calibro, ma Tagliavini mi propose di preparare il concerto con lui. Per tre mesi studiai con lui, due-tre ore al giorno al termine delle prove in teatro! Fu un periodo intensissimo, ma imparai a suonare Bach e, secondo me, quando un flautista sa suonare Bach può suonare tutto.

D: Ha suonato per moltissimi anni in diverse orchestre prestigiose, ma quale esperienza Le ha lasciato un ricordo particolarmente intenso?

R: È stata indimenticabile, per diversi motivi, la stagione del 1949 al Teatro Regio di Parma perché sono accadute vicende molto strane sia personali che professionali. Quell’anno ho avuto modo di suonare con direttori d’orchestra straordinari quali Franco Alfano, Francesco Molinari Pradelli, Alberto Erede e sono stato testimone di momenti emozionanti come l’ultima recita di Tito Schipa in “Elisir d’amore”. Anche il percorso che mi ha portato a quella stagione è stato molto particolare e lo voglio ricordare. Dopo la guerra, parallelamente allo studio musicale, lavoravo a Ravenna al distretto militare e un giorno tornando a casa vidi il bando per un concorso musicale a Firenze. Era indetto dall’A.I.D.E.M., Associazione Italiana per la Diffusione e l’Educazione Musicale. Andai a Firenze e mi trovai in mezzo a musicisti molto più anziani ed esperti di me tanto che pensai di ritirarmi. Invece mi convinsero a tentare lo stesso la prova durante la quale la commissione mi sottopose uno spartito mai visto, né sentito: era tratto dal “Prélude à l'après-midi d'un faune” di Claude Debussy. Lo suonai e vi trovai anche una nota errata con grande stupore della commissione. Qualche mese dopo, ricevetti una lettera nella quale si diceva che avevo vinto il concorso come primo flauto. Accettai l’incarico e decisi di trasferirmi a Firenze, poi fui chiamato con lo stesso incarico al Comunale di Modena per la prima stagione lirica ufficiale ed in seguito, nel 1949 appunto, al Teatro Regio di Parma. Seguirono ingaggi, sempre come primo flauto, in molte orchestre prestigiose e per ben 25 anni rimase al Teatro Comunale di Bologna.

D: È vero che una volta, proprio a Bologna, ebbe una discussione con Igor Stravinskij?

R: Certamente. Doveva dirigere una delle due parti di un concerto e durante una prova disse che Vivaldi aveva composto 300 concerti tutti uguali! Non sono certo stato zitto, nonostante i miei colleghi cercassero di trattenermi.

D: Lei studia ancora tutti i giorni. Che cosa rappresenta oggi per Lei questo appuntamento quotidiano con la musica?

R: È un’appendice della mia attività che ho sempre amato tantissimo e durante la quale ho cercato di riprodurre e di esprimere il “bel suono”.
Un giorno, il grande direttore d’orchestra Von Matacic mi chiese come mai suonassi lo stesso brano, ad ogni prova, con uguale passione ed intensità, come se stessi suonando davanti ad un pubblico di mille persone. Lo stupii rispondendogli, a mia volta, con una domanda: “E se fosse l’ultima volta che lo suono?”. Ecco, questo è sempre stato il mio vero rapporto con la musica.

D: La musica di Verdi che cosa Le ha trasmesso rispetto a quella di altri compositori?

R: La sincerità di un essere umano. Molti compositori componevano per piacere al pubblico o alla critica, per calcolo, per studio e nella loro musica a volte si sente questa mancanza di genuinità. Verdi, invece, non si domandava come comporre e la sua musica è sempre autentica, sincera, viene dal cuore e il pubblico si accorge di questa assoluta onestà.
E poi Verdi non è solo un bravo compositore, ma è un vero genio. Nel “Falstaff”, ad esempio, non c’è una sola nota del Verdi precedente, ma è stata scritta perché Verdi voleva dimostrare di saper comporre, con risultati eccelsi, anche un’opera buffa. Verdi era un artista ed un uomo eccezionale ed è veramente un onore vivere a casa Sua.
Posso chiudere con un saluto alla Varetti per chi legge?
“Il sorriso, il bacio, la carezza sono l’alba, l’azzurro, la giovinezza!”

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