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Giovedì 9 febbraio, ore 17.45
inaugura il IV ciclo di "Intervista col Maestro"
Venerdì 27 gennaio 2012, ore 11
Esce il primo numero della nuova serie
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Villa Verdi, S. Agata (Busseto)

www.studiverdiani.it
Istituto Nazionale di Studi Verdiani

www.socialinfo.it
Sito dedicato alle case di riposo

www.aslico.org
Associazione Lirica e Concertistica Italiana

 

EMMA GIACCONE MARTINOTTI

D: Mi racconti che cosa fate in questa stanza (laboratorio creativo)

R: Facciamo composizioni: fiori, mazzolini, fior di pesco, insomma lavoriamo. Abbiamo adottato anche due bambine in Eritrea con le offerte volontarie e le vendite che abbiamo fatto a una mostra. Ci chiamano i nonni di Casa Verdi, ed è un piacere. Siamo contenti di renderci ancora utili nonostante le nostre incapacità e la nostra età... uno fa i gambi, un altro taglia, l'altro mette insieme, poi questa signora molto brava finisce di confezionarli ben bene.

D: Lei che cosa faceva: suonava, cantava?

R: No, ero casalinga, una piccola sartina di paese, però ho avuto la fortuna di avere un bravo marito che sapeva un po' di musica e ho avuto quel figlio là (indica la foto autografata) che è stato direttore d'orchestra: Bruno Martinotti. A 18 anni era già primo flauto all'Orchestra Sinfonica di Milano. Poi è diventato un bravo direttore d'orchestra.
Pensi, quando a 18 anni, da primo flauto è arrivato a Milano, lontano da casa era timido, si è ritrovato in un ambiente anziano ed era la mascotte. Nella prima lettera mi ha scritto: "Mamma nell'intervallo siamo in un bel giardino, al Teatro dell'Arte di Milano, mi piacerebbe tanto fare le capriole..."
Quindi vede, anche lui si era sacrificato perché aveva una responsabilità più pesante della sua età. Non essendo musicista, per me vivere qui è una cosa che non so spiegarmi, però adesso anche mia nipote fa musica: si chiama Viola e lavora ai Pomeriggi Musicali qui a Milano. Ma io sono una persona semplice e allora sento le cose interiori.

D: Le è dispiaciuto che si sottoponesse a tanti sacrifici?

R: No, però quando mi raccontano di averlo conosciuto e mi dicono "Che bravo musicista che era", io preferirei che mi dicessero che era un bravo ragazzo, perché bravo musicista si diventa con lo studio, ma bravo ragazzo no, non lo si diventa.

D: I ricordi della guerra devono essere terribili, ma è importante che voi ci raccontiate queste cose...

R: Se non si sono vissute, non si possono capire, è già difficile ricordarle, ma se non si entra nel discorso a me non vengono in mente. Quando sono sola magari mi viene alla mente un'immagine, un fatto... come quella mattina presto in cui venni svegliata dal rumore di passi in strada. Mi alzai e sbirciai dalla finestra: erano i tedeschi che marciavano e occupavano il mio paese... L'altro giorno ho raccontato qualche cosa della mia gioventù a una signorina, ma non mi veniva in mente il nome di una bambina per cui avevo fatto una gonna. Però mi ricordavo benissimo che la gonna era blu...

 

LINA VASTA soprano ed insegnante di canto

D: Rispetto al passato, i giovani come si accostano allo studio del canto lirico?

R: L’approccio è molto diverso a seconda che siano cantanti italiani o stranieri. Purtroppo gli italiani non hanno voglia di studiare e di dedicarsi allo studio del canto con impegno e sacrificio. Accettano – anzi, cercano con insistenza – la scrittura “importante” che dia loro successo e notorietà anche se si tratta di un’opera non adatta alla loro tessitura vocale. Le conseguenze sono disastrose con danni spesso irreparabili per la voce e per la carriera che termina a volte prima ancora di essere veramente iniziata! I cantanti stranieri hanno invece una grandissima passione per l’opera e vi si dedicano con impegno, umiltà e seguono scrupolosamente le indicazioni dei maestri. Se, ad esempio, chiedo ad un allievo giapponese o coreano di studiare un brano, sono certa che alla lezione successiva arriva preparato e, da come canta, mi accorgo che ha affrontato il compito con serietà e attenzione. Gli allievi italiani sono molto più svogliati e superficiali e le conseguenze del loro atteggiamento sono evidenti nelle finali dei concorsi di canto dove la presenza straniera è nettamente preponderante. Pensi che per non correre il rischio di rovinare la voce, a 21 anni ho rifiutato una proposta di Cappelli al Comunale di Bologna!

D: Questa è una storia da raccontare…

R: Avevo 21 anni e il sovrintendente Cappelli mi aveva sentita cantare in occasione di un concorso di canto. Mi telefonò per propormi di cantare “Pagliacci” e io rifiutai perché fino ad allora avevo sempre cantato il repertorio lirico. Gli risposi: “Ma io canto “Il barbiere di Siviglia”, cosa c’entra “Pagliacci” con la mia voce?”. A volte mi sembra di essere stata stupida, però continuo a pensare che “Pagliacci” sia un’opera pericolosa per una voce giovane…

D: Il melodramma è una delle eccellenze italiane nel mondo. Come è possibile che non venga valorizzato?

R: Nelle scuole italiane, purtroppo, non si fa nulla per promuovere lo sviluppo della musica e del canto ed, inoltre, sono gli stessi maestri di canto che per sembrare moderni e innovativi abbandonano la vecchia tecnica di canto – quella che a metà ‘900 ha consentito ai nostri teatri di vivere il periodo d’oro della lirica, tanto per intenderci – e adottano metodi che rovinano le voci sul nascere creando anche problemi di salute. I cantanti giovani hanno spesso mal di gola e noduli alle corde vocali e per di più cantano in modo “ingolato” emettendo suoni davvero brutti. All’estero seguono ancora la vecchia tecnica: in America ci sono cantanti italiani di un tempo che, al termine della carriera, si dedicano all’insegnamento, mentre dai paesi orientali i giovani vengono in Italia proprio per studiare, seguendo la tecnica corretta, con i cantanti della mia generazione e i risultati si vedono poi nei concorsi.

D: È vero che, nella formazione dei giovani artisti, mancano le opportunità un tempo offerte dai palcoscenici di provincia?

R: Certamente. Un tempo i palcoscenici di provincia erano parte integrante nello studio e nella formazione di un cantante. Consentivano ai giovani di fare la “gavetta” e di acquisire l’esperienza e la sicurezza indispensabili per affrontare i grandi palcoscenici. Io, ad esempio, ho iniziato a cantare a sedici anni e pochi anni dopo ho imparato a stare in palcoscenico proprio nelle tournée estive che duravano cinque mesi e durante le quali si cantavano diverse opere anche nella stessa sera. Gli spettacoli, infatti, prevedevano la selezione di opere diverse e così, nella stessa sera, mi è capitato di cantare la selezione di “Traviata”, di “Lucia di Lammermoor” e de “Il Barbiere di Siviglia”! Lo spettacolo era praticamente costituito dalle romanze più importanti ed era pesantissimo – anche perché si cantava tutte le sere – ma si imparava molto non solo dal punto di vista musicale, ma anche scenico.
Nella maggior parte degli allestimenti in provincia, inoltre, non c’era la presenza di un regista e quindi eravamo noi artisti che, seguendo le poche indicazioni del direttore d’orchestra, pensavamo ai movimenti in scena, alla recitazione e alle soluzioni più efficaci per risolvere i diversi problemi pratici che si presentavano durante le prove.

D: La raccomandazione che rivolge più frequentemente ai Suoi allievi?

R: Studiare, studiare, studiare e ancora… studiare!
 

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