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Giovedì 9 febbraio, ore 17.45
inaugura il IV ciclo di "Intervista col Maestro"
Venerdì 27 gennaio 2012, ore 11
Esce il primo numero della nuova serie
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Villa Verdi, S. Agata (Busseto)

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Sito dedicato alle case di riposo

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Associazione Lirica e Concertistica Italiana

 

GLI OSPITI SI RACCONTANO

GIULIANA BARABASCHI prima ballerina del Teatro alla Scala

D: Quando ha deciso di dedicarsi alla musica e, in particolar modo, alla danza?

R: Appartengo ad una famiglia di musicisti, (il nonno paterno suonava il fagotto ed è stato diretto molte volte da Toscanini e la mamma era pianista) e nel 1936 mi portarono a vedere un film tedesco con la cantante e ballerina Lilian Harvey. Il titolo era “Fanny Essler”. Mi piacque moltissimo e uscii dal locale dicendo che volevo diventare “barellina”! Nell’agosto del 1940, a 9 anni, feci l’esame di ammissione per entrare alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala; eravamo 220, restammo in 12, poi in 4 e il 1° settembre frequentai la mia prima lezione di danza.

D: Lei è stata prima ballerina al Teatro alla Scala. Ricorda un allestimento particolarmente emozionante?

R: I balletti di Balanchine furono allestimenti indimenticabili. Balanchine era un grandissimo coreografo, ma soprattutto aveva un carisma indescrivibile, veramente unico al mondo. Per me fu una vera e propria “cotta” artistica! Balanchine poteva chiedermi qualunque sacrificio. Una volta, ad esempio, mi chiese di eseguire un passo difficilissimo; provai e riprovai più volte e, dopo molti sforzi, mi riuscì. Balanchine mi guardò e mi chiese di guardarmi le scarpette: erano completamente sporche di sangue, ma non me ne ero accorta tanto era il desiderio di eseguire il compito che mi aveva assegnato. Con lui ho danzato in molti allestimenti: “Balletto Imperiale”, “Serenade”, “Bacio della fata”. Dopo 19 anni di Scala, decisi che esistevano anche altri teatri sparsi per il mondo e così lasciai Milano e partecipai a molti spettacoli in diversi enti italiani e poi all’estero, in Inghilterra, Germania, Portogallo. Ho un ricordo particolarmente intenso degli spettacoli interpretati al Cairo con Paolo Bortoluzzi perché abbiamo trovato un pubblico calorosissimo che ci trasmetteva vampate di simpatia e, davanti ad una simile platea, si ha ancora più voglia di ballare e di ricambiare attraverso la danza l’affetto che ci viene comunicato.

D: Quali differenze ha notato tra l’atteggiamento verso la danza nei teatri italiani e in quelli stranieri.

R: In Italia la danza classica è nata: Maria Taglioni fu la prima ballerina che, il 12 marzo 1832, nel balletto “La Silfide” andò sulle punte. Suo padre era un celebre coreografo dell’epoca e codificò le regole della nuova danza classica. È un’eredità storica ed artistica che si sente negli allestimenti italiani anche se è trascorso molto tempo. Certamente stare sulle punte è estremamente innaturale e richiede pazienza, umiltà, passione, sacrificio e voglia di sudare!

D: Ha danzato anche in opere liriche?

R: Ho ballato in moltissime opere. Ricordo almeno “Trovatore”, “Traviata”, “Aida”, “Vespri Siciliani” (nell’edizione con Maria Callas, interpretavo la “Primavera” con Mario Pistoni), “Gioconda” a Verona nel 60° anniversario della morte di Ponchielli e poi “Andrea Chenier”, “Turandot” e molte altre.
Mi sono dedicata anche al cabaret e per due mesi ho partecipato all’allestimento di “Milanin Milanon” con Milly e la regia di Filippo Crivelli che mi ha insegnato moltissimo. Ho lavorato con grandissimi registi, da Visconti alla Wallmann, ma quando ho collaborato con Crivelli sia come ballerina che come coreografa ho imparato da lui il gusto sopraffino. Crivelli è stato artefice di buona parte del mio successo.

D: Ha danzato in molte opere di Verdi. Cosa Le ha trasmesso la sua musica?

R: Mi sento a casa mia. Io sono parmigiana e quando ballavo le musiche di Verdi mi sentivo veramente a casa. È una sensazione che ho provato in un’altra occasione, leggendo queste righe di Oscar Wilde: “Io sono di gusti semplicissimi: mi accontento del meglio”! Poi è accaduto un fatto curioso. Ho un legame particolare con “Traviata” perché ho interpretato per ben 246 volte, in tutto il mondo, la danza spagnola. Quando sono arrivata a Casa Verdi, in sala da pranzo mi sono ritrovata al tavolo n.8 chiamato “Traviata”: sarà solo una combinazione, ma anche questa volta mi sono sentita subito a casa!

 

STEFANIA SINA

D: Ha sempre saputo che sarebbe stata una musicista?

R: Sì, direi di sì, sin da piccola ho avuto sempre la passione, il ritmo innato e ho sempre voluto entrare nel mondo della musica. Sempre, sin da piccola, anche quando non sapevo niente di musica e ascoltavo le mie sorelle suonare il pianoforte.
Poi c'è stato un momento nella mia vita che è subentrata la passione per la pittura, quindi sono state due cose quasi di pari passo, però ha vinto la musica. È stato un momento di riflessione, anche la pittura è una cosa straordinaria, però la musica! Sono espressioni diverse, naturalmente e sono belle tutte e due. La musica prende l'anima e il cuore e la pittura prende il cuore e l'anima... eheheheh... in tutte e due i modi ecco. Due arti diverse però uguali.

D: Un tempo era molto diverso fare musica?

R: C'erano meno distrazioni, quindi in un certo senso era più facile. Adesso ci sono pochissimi talenti, pochi talenti, perché è tutto verso il ballo, il rock. Si è spostata un po' questa cosa qui.
Anche nel campo lirico ci sono bravissimi cantanti, ma manca, tranne due o tre che cantano, manca il divo, manca la grande voce, manca uno che faccia fare la coda alla gente fuori dal teatro. Anche le incisioni adesso sono tutte programmate, se la voce non viene, ripete l'incisione, la truccano. Aggiustano tutto, aumentano, allungano, stringono fanno quello che vogliono ma il palcoscenico con l'orchestra dal vivo è tutta un'altra cosa, lì bisogna essere bravi.

D: Come è cambiata la sua vita rispetto a prima di venire qua a Casa Verdi?

R: È cambiata in questo senso. Prima avevo un marito, avevo tante preoccupazioni, avevo tante cose. Entrando qui, mi sono sentita…ah... finalmente a riposo. No, veramente finalmente riposo, anche quello fra virgolette, perché mi creda io vado avanti con l'agenda, oggi questo, domani quello, e quello, questo, qui abbiamo tantissime cose.
La ginnastica, il giorno alla Scala, abbiamo concerti, concerti che noi facciamo perché cantiamo ancora con quel pochino che resta del nostro passato, quel pochettino facciamo ancora qualche cosa. Infatti, quando vengono qui scolaresche ecc., una suona il violino, l'altro il pianoforte, ecc. E questo ci tiene vivi, vivi veramente.
Noi siamo qui e pensiamo al futuro, non al passato. Noi abbiamo un futuro qui. Abbiamo tante cose da fare. Un giorno ho espresso un desiderio, mi sarebbe piaciuto dipingere e l'assistente sociale, la signorina Lucia, che è un angelo non una persona, è venuta in camera e ha visto i miei quadri fatti tempo addietro e dopo 4 o 5 mesi ho avuto la felicità di avere questo locale e mi ha detto "provi" e io mi sono messa a lavorare subito. Non solo, ci sono persone ospiti qui a Casa Verdi che vengono qui a disegnare, a fare, passano quell'oretta.
La vita qua bisogna dividerla in due parti: c'è un gruppo di persone che sono in carrozzina, in infermeria, persone che sono un po' stanche, hanno problemi di salute, ecc... Poi c'è un gruppo di persone ancora attive e che con quelle si lavora, si va a teatro, siamo andati a Perugia a un meeting della terza età, andiamo alla Scala, al palco Reale a vedere le prove generali. Qui si sta veramente bene, ma non lo dico perché lei mi sta intervistando, perché è vero proprio, qualunque nostro desiderio si fanno in quattro per esaudirlo.

D: Quindi hanno portato avanti davvero lo spirito con cui è nata questa casa?

R: Sì, sì, hanno rispetto per gli ospiti di Casa Verdi come fossero... non lo so, quello che io nella vita non ho avuto: ho sempre fatto da sola, ho sempre lottato. Qui, basta che chieda e gli altri lo fanno per me.

D: Mi racconti qualche cosa sul corso di computer.

R: È iniziato per curiosità! Per quello le dico che noi abbiamo un futuro. Ormai quello che è passato, è passato. Inutile dire: "Quando eravamo…". No, no! Noi abbiamo un computer e abbiamo iniziato a studiarlo, per il nostro piacere, per il gusto di sapere una cosa in più. È una cosa strana!

D: Si vede proprio che si sente come a casa sua.

S: Mi sono portata tutti i miei mobili. Mi hanno permesso di portare le mie cose e quindi mi sembra di essere a casa. Ho una camera bellissima che dà in piazza Buonarroti. Al mattino quando tiro su le tapparelle vedo Giuseppe Verdi, gli dico una preghierina e poi inizio un'altra splendida giornata.

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